26 Febbraio 2025
di Direttore Editoriale
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26 Febbraio 2025

Intervista a Luca Jurman. Da Sanremo 2025 al risveglio del pubblico. E sulle critiche di Mogol a Giorgia: “Un commento ridicolo”

Jurman durante il Festival ha registrato numeri molto importanti su Twitch.

Luca Jurman commenta le critiche di Mogol a Giorgia e parla di Sanremo 2025
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intervista a luca jurman: il festival di sanremo 2025

Prima di arrivare a Giorgia e alle critiche che le sono state mosse da Mogol, sei stato online su Twitch per tutto il Festival di Sanremo, tra l’altro con dei risultati molto importanti anche in termini numerici, per questo vorrei chiederti prima di tutto se ci sono canzoni che ti hanno colpito o delle esibizioni in particolare che lo hanno fatto?

Ci sono delle canzoni che mi hanno in un certo senso colpito e anche delle esibizioni. Mi sono concentrato maggiormente sulle esibizioni nella serate delle cover dove c’è stata una delle esibizioni più importanti per via del forte pathos che è arrivato.

Parlo di quella Creuza De Mar con Cristiano De Andrè che, devo dire, è tornato sulle scene in maniera molto prepotente detto con un’accezione positiva. Prepotente da un punto di vista artistico. È stata un’esibizione dal forte impatto artistico emotivo. Certo, sarà anche la canzone del padre, ma è proprio è arrivata una botta artistica molto forte.

D’altra parte ho visto e ascoltato altre esibizioni, tipo quelle della Brancale con l’Amoroso o di Annalisa con Giorgia, che mi hanno fatto pensare un’unica cosa ovvero che si trovassero quasi più a loro agio nell’interpretare brani di altri, canzoni di grande spessore, piuttosto che i loro brani scritti nella maggioranza dei casi dal solito circuito di cui si è parlato tante volte, della “casta autorale” che ormai ci ha abituato a sentire una musica piatta, una musica senza nulla di che.

C’è stato, secondo te, qualche caso di canzone con l’interprete sbagliato o di interprete con la canzone sbagliata?

Questa è una domanda interessantissima. È più raro che una canzone abbia l’interprete sbagliato, mentre è molto più comune oggi trovare un interprete con la canzone sbagliata, perché – come abbiamo detto prima – ci sono molti brani troppo dozzinali.

Prendiamo Giorgia: c’era grande attesa per il ritorno di una voce come la sua a Sanremo, e invece, secondo me, la canzone non era all’altezza della sua vocalità. Questo l’ha messa in una situazione di svantaggio, perché alla fine ti viene da dire: “Ca**o, non potevi giocarti proprio il jolly?

Le dichiarazioni di mogol, il parere di luca jurman

Veniamo a Giorgia e alle dichiarazioni di Mogol, che l’ha criticata dicendo che canta in modo antico, come trent’anni fa. Al di là del dovuto rispetto per quello che Mogol ha fatto per la musica come autore, cosa ne pensi di questa dichiarazione?

Posso dirlo? È una ca**ata enorme. Anche sostenere che, a suo dire, le cantanti italiane abbiano uno stile antiquato rispetto alle colleghe del pop internazionale è un’altra assurdità, perché la realtà è esattamente l’opposto. Siamo noi, in Italia, ad essere indietro sul canto, proprio perché abbiamo la tendenza a schiacciare e omologare qualsiasi voce con personalità. Non vogliamo evolverci vocalmente, al contrario di quanto accade all’estero.

L’evoluzione vocale non è “fare di meno”, ma al contrario è fare molto di più. Le voci che emergono fuori dall’Italia sono estremamente avanzate anche dal punto di vista tecnico: padroneggiano virtuosismi che noi, per raggiungere, dobbiamo studiare per anni.

Non hai trovato che la sua dichiarazione, comprensiva dell’offerta di un corso gratuito alla sua scuola, sia stata anche un po’ offensiva?

Certo, è stata una dichiarazione davvero infelice. Dire, con prosopopea, che vuoi offrire a Giorgia un corso di canto moderno è inaccettabile.

Al di là del fatto che la sua scuola non sia riconosciuta come un’accademia d’avanguardia nel canto tecnico, è sembrato più un modo per pubblicizzare i propri corsi che un’osservazione artistica. Da uno come Mogol mi aspetto che parli di testi e autorato: è in quel campo che va rispettato, perché ha scritto pagine indimenticabili della musica italiana. Un’uscita del genere, invece, è uno scivolone talmente clamoroso da rasentare il ridicolo.

Infatti, la risposta del web non si è fatta attendere: in molti hanno iniziato a cantare la canzone di Giorgia, e diversi cantanti hanno persino provato ad aggiungere virtuosismi. Tra questi, anche Serena Brancale, che ha messo un’elasticità vocale che, forse, non aveva nemmeno nel suo stesso brano.

Mogol ha accennato al fatto che, in Italia, il canto pop sia arretrato rispetto all’estero…

Forse, mi spiace dirlo, ma nel suo discorso – per quanto sbagliato – voleva sottolineare come oggi in Italia l’uso della vocalità sia spesso superfluo. Ci sono tanti usurpatori d’arte e pochi veri artisti del canto.

Ma qui ha fatto quasi un ragionamento commerciale, che è l’opposto dell’etica artistica. Il commercio dovrebbe essere l’ultima cosa da considerare quando si parla di musica, non la prima. Invece, oggi, sembra che le parti si siano invertite. E chi fa discorsi come il suo, forse, lo fa più per paura di perdere sostegno e rilevanza che per reale interesse artistico.

L’ impressione – correggici se sbagliamo – è che all’estero si possa passare da Lady Gaga ad Adele, da Rihanna a Céline Dion, mantenendo sempre un grande rispetto per gli artisti, al punto che si guarda più al talento che al genere musicale. Non pensi?

Sono molto d’accordo, c’è sempre un grande rispetto per il talento, indipendentemente dal genere musicale. All’estero la vocalità viene valorizzata molto di più: c’è grande rispetto per chi canta in modo virtuoso e con uno stile particolare. La difficoltà di eseguire certe cose è anche il motivo per cui esistono le belle arti.

Le belle arti rappresentano l’eccellenza, eppure qui da noi l’eccellenza non viene premiata: al contrario, viene messa da parte per favorire la dozzinalità e la mediocrità. Ormai si tende a far credere che chiunque possa fare il cantante.

Rimanendo sul Festival di Sanremo, secondo noi, un caso che rientra in questa dinamica è anche quello di Serena Brancale che, non a caso, da “Baccalà” in poi si affida a canzoni che strizzano l’occhio ai giovani o, meglio, alla leggerezza. Sei d’accordo?

Quella canzone non strizza l’occhio solo ai giovani, ma direttamente al mercato di TikTok, cioè alla viralità. Certi artisti, magari perché trovano manager o discografici sbagliati, vengono convinti e spinti in quella direzione. Il problema è che poi ci ritroviamo con talent che parlano solo di milioni di streaming, numeri e classifiche, deviando completamente lo spirito artistico degli stessi cantanti, le loro motivazioni e la loro unicità. Li portano a credere che l’unico obiettivo sia ottenere più streaming e viralità possibile, elementi che non hanno nulla a che fare con il senso dell’arte. Lo streaming non dovrebbe essere il punto di riferimento di un artista, perché quello appartiene alla dimensione commerciale.

Non è che siccome negli anni Ottanta Francesco Salvi – che era un comico di Drive In – andava forte con “Quella macchina la spostala qua…”, allora dovevamo farlo diventare giudice di canto in qualche concorso importante. Ecco, siamo arrivati a questo punto. Il problema è che alcuni artisti, per paura non solo di non lavorare più, ma di non essere nemmeno più presi in considerazione, sperano – facendo magari delle cagate pazzesche – di conquistarsi una fetta di pubblico a cui poi proporre la musica che vorrebbero davvero fare.

Tant’è che “Baccalà” è una canzone nata per TikTok, pensata per la viralità. Però poi, quando Serena Brancale è salita sul palco per la serata delle cover, ha scelto un brano di Alicia Keys. Questo che cosa dimostra? Mi sembra piuttosto chiaro, no?

La visione sul futuro della musica in italia di luca jurman

Perché, secondo te, in Italia sembra non esserci più spazio – almeno secondo i discografici e, a volte, anche le radio – per belle canzoni cantate?

Per tutto quello che abbiamo detto finora, ma anche perché il problema è legato ai costi di produzione. Scrivere e produrre belle canzoni richiede tempo, ricerca, sperimentazione, errori. Bisogna sbagliare per poter poi ricostruire, smontare e rimontare.

È la differenza tra costruire un prefabbricato e realizzare un mobile artigianale che ti dura tutta la vita. O, per fare un altro esempio, tra produrre una macchina in serie e costruire una Bugatti. L’arte è la Bugatti, non l’auto di serie. La macchina in serie è utile, ma non è arte, non è cultura. Non innalza lo spirito dell’uomo.

Ma alla discografia – così come all’editoria – di tutto questo non importa nulla. L’unica cosa che conta è sopravvivere e monetizzare. Soldi, soldi, soldi. E nel frattempo convincono anche gli artisti ad adattarsi a questo sistema, illudendoli, quando poi in realtà solo pochi eletti all’interno della “casta” riescono ancora a guadagnare qualcosa dallo streaming. E anche questi ultimi, tra l’altro, non guadagnano poi così tanto.

Ma stanno raschiando il fondo del barile, e quel fondo è vicino. Il problema è che queste persone devono svegliarsi, perché il pubblico, la gente, si è stancata della mediocrità e di questa spazzatura musicale. L’ha testimoniato quello che successo con il brano di Giorgia che a differenza di altri sta diventando virale.

Questo secondo te perchè accade?

È un po’ un senso di protesta, come dire “basta ci avete rotto le palle con la musica dozzinale, con l’autotune, con la continua produzione musicale di trap a basso costo e poco valore…” L’Italia sta cominciando, anche con le battaglie che io, ma anche voi a modo vostro fate, a cambiare le cose. Nessuno deve aver paura di combattere per il bello e per il bene degli altri. Deve aver paura di nascondere le verità perché tanto vengono fuori… devono aver paura del male che viene fatto alle persone. Il web non lo puoi pilotare, la gente si è messa in una condizione in cui non si fa più gestire. È ora che la gente venga ascoltata prima che sia troppo tardi.

Tra l’altro, guardando il Festival, ci è sembrato che alcune belle voci – o comunque artiste con un grande potenziale – cantassero tutte canzoni insipide, spesso prive di passaggi vocalmente impegnativi. E forse, cosa ancora peggiore, erano brani così anonimi da risultare perfettamente intercambiabili tra loro, senza che nessuno notasse la differenza. Per esempio: Clara, Sarah Toscano, Elodie, ma anche Serena Brancale… C’è una perdita di identità musicale come mai prima d’ora.

Esatto. Anche se, più che una perdita di identità musicale, direi che l’identità musicale è stata messa in pausa, parcheggiata. Addirittura, si fa credere agli artisti – che spesso sono molto influenzabili – che avere un’identità oggi significhi semplicemente “stare al passo con i tempi”. Ma di quali tempi? Decisi da chi? È un po’ come quando vai dal medico e, invece di analizzare il problema, la risposta generica è “stress”.

L’identità musicale, invece, va cercata dentro di sé e, soprattutto, va recuperata senza paura. Perché un vero artista non pensa al commercio, un vero artista fa arte.

Mi viene in mente Pino Daniele, che all’inizio si accorse che tutto stava cambiando, che il mercato musicale stava subendo una trasformazione radicale. Reagì con sgomento. C’è un documentario bellissimo in cui Tullio De Piscopo racconta un episodio del 1981: Pino, chiuso nel pullman, gli dice con preoccupazione: «Guarda che è cambiato tutto… E adesso come facciamo?»

Un’affermazione pronunciata mentre osservava Piazza del Plebiscito completamente gremita, con 200.000 persone accorse per ascoltarlo. Un pensiero quasi intriso di panico, perché era chiaro che tutto era davvero cambiato: da ribelle contro gli schemi, era riuscito a conquistare il grande pubblico.

Se guardiamo al passato, Mia Martini, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Anna Oxa, Marcella… avevano tutte una propria identità. Lo stesso accadeva negli anni ’90, da Giorgia a Laura Pausini, da Mietta a Carmen Consoli. Secondo Luca Jurman come si può uscire da questa situazione?

Ci sono tanti nomi che si potrebbero citare, anche tra i cantautori: De Gregori, Dalla, Pino Daniele, e andando avanti nel tempo, la stessa Consoli, Nek, Biagio Antonacci, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri. Tutti artisti con una forte identità musicale.

Come si può uscire da questa situazione? Esattamente come lo stai facendo tu con queste domande. Quando iniziamo a porci domande significa che c’è qualcosa che non ci va più bene, ed è già un buon segnale.

Si può cambiare, perché la musica appartiene al popolo. E siccome la Rai è una televisione pubblica, abbiamo tutti il diritto di pretendere cultura, arte e un innalzamento della coscienza collettiva attraverso la musica. È lo stesso principio della politica: non abbiamo ancora capito che a Montecitorio quei parlamentari sono stipendiati da noi. Per questo devono fare il nostro interesse, non il loro. E lo stesso vale per la musica.

Vogliamo musica bella, vogliamo arte. Arte che ci ha resi grandi in tutto il mondo. E invece ci facciamo guidare da cosa? Da chi? Da un piccolo gruppo di persone che decide cosa sia di tendenza. E paradossalmente, mentre da noi si soffoca la creatività, all’estero nascono continuamente artisti con un’identità musicale fortissima: Jasmine Sullivan, Teddy Swims, e tanti altri. In Italia, invece, sembra che si vada a cercare chi canta male, chi scrive male, chi non ha una vera unicità.

Ovviamente il successo commerciale è sempre esistito e sempre esisterà, ma il problema è che oggi certi personaggi non vengono nemmeno più considerati artisti, bensì “mercenari della musica”. Il loro scopo è solo monetizzare, esattamente come è successo con Gangnam Style. Nessuno lo considera un artista, è semplicemente qualcuno che ha sfruttato un trend per guadagnare. E fa bene, ma non lo si può definire artista.

Anche il pubblico dovrebbe iniziare a distinguere tra chi ha una carriera destinata a durare e chi, invece, è solo un fenomeno di una stagione o due. La gente non si ricorda nulla dei vincitori dei talent di uno o due anni fa. Se anche si mettesse a cercarli, si farebbe la stessa domanda: “Oddio, che fine hanno fatto?”. E il motivo è semplice: manca l’unicità. Non c’è più ricerca artistica, e non c’è nemmeno educazione musicale da parte di chi fa formazione nei talent show.

ESSERE ARTISTI

Luca Jurman conclude la nostra chiacchierata spiegando che il cambiamento deve partire dagli artisti ma che il pubblico ha un ruolo determinante in questo:

Artisti si nasce, non si diventa. E nascere artista significa avere un talento innato, qualcosa che va oltre la normalità. Ma quel talento, per svilupparsi al massimo, ha bisogno di studio, formazione, e soprattutto di un percorso artistico. Solo così può esplodere nel modo migliore e trasformarsi anche in un successo commerciale.

Se, invece, si pensa solo al successo commerciale e si ignora quello artistico, continuerà ad esserci un’involuzione. Un’involuzione nelle produzioni, nelle idee, nei grandi artisti e nei grandi autori. Molti produttori si sono stufati e hanno smesso di lavorare perché non vogliono più mettere la loro arte al servizio di un mercato che non ne riconosce il valore.

Ma il cambiamento parte sempre dal basso. Il pubblico può cambiare le cose. E anche gli addetti ai lavori, i veri artisti, i professionisti della musica, hanno il dovere etico di riportare l’arte al centro. Perché il commercio non può e non deve annullare l’arte, ma deve convivere con essa in un equilibrio sano.”

Ringraziamo Luca Jurman per il tempo dedicatoci e cogliamo l’occasione per ricordarvi In-Tune Music Contest, il contest da lui ideato e diretto volto a valorizzare il talento vocale e autoriale senza artefatti, dando spazio a interpreti e cantautori che spesso restano ai margini delle logiche del mercato.

 

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